02 Ottobre 2014 - 00:17
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ROBERTO PATRIGNANI- Il corridore, il viaggiatore solitario, il giornalista
Qualcuno non ha esitato a definirlo “Il poeta volante”.
Nato a Firenze nel 1935, ha iniziato quasi contemporaneamente l'attività di corridore motociclista e giornalista. Come corridore ha disputato le classiche degli Anni Cinquanta e Sessanta: due Milano-Taranto, due Giri d'Italia, due Tourist Trophy, Daytona e gare del Campionato Italiano e Mondiale. E' stato anche primatista Mondiale: nel 1963 con la Garelli e nel 1969 con la Moto Guzzi. Dal 1993 ha avuto come riconoscimento del CONI l'accoglienza tra gli "Atleti Azzurri d'Italia. Per quel che riguarda l'attività giornalistica, questa ha preso avvio nella Redazione di Motociclismo. Ha poi tenuto per 8 anni la rubrica motociclistica su Giorno Motori, è stato inviato della Gazzetta dello Sport, del Corriere della Sera, ha collaborato con Panorama, Gente Motori, Il Pilota, l'Automobile Mark, Automondo, Motoitalia, Il Giornale, con Riviste francesi, inglesi e americane. Da anni scriveva anche su Motosprint e Motociclismo d'Epoca. Ha effettuato vari viaggi in solitario, come la Milano Tokyo in vespa, Coast to Coast e la traversata dell'Africa in Dingo. E perchè non ricordare il viaggio a piedi da Mandello del Lario a Sanremo, appositamente fatto senza una lira in tasca!
Si può ben dire che nel mondo motociclistico non c’è mai stato uno come lui, e probabilmente non ne verrà un altro simile.


Roberto Patrignani- The runner, the solitary traveler, the journalist.
Someone showed no hesitation in calling him 'the flying poet'.
Born in Florence in 1935, he began his career of journalist almost simultaneously with the activity of motorcycle racer. As a runner he has competed for the classic competitions of the 50's and 60's, he has joined Milan-Taranto's ride, Giro d'Italia and Tourist Trophy twice, he took part in Daytona and in racing competitions as the Italian Championship and the World Cup. He was also a world record holder: in 1963 with Garelli and in 1969 with Moto Guzzi. Since 1993 he has been recognised as a member of CONI's "Atleti Azzurri d'Italia". In the matter of his journalistic activity, it was launched in the editorial staff of Motociclismo. Then he has been writing the motorcycle column in Giorno Motori for 8 years , afterwards he has been a reporter for Gazzetta dello Sport and Corriere della Sera; he has partnered with Panorama, Gente Motori, Il Pilota, l'Automobile Mark, Automondo, Motoitalia, Il Giornale and with French, British and American magazines. He has been writing for years for Motosprint and Motociclismo d'Epoca. He also travelled in solitude a lot, like the journey from Milan to Tokyo by Vespa, the Coast to Coast and the Africa's crossing by Dingo. And why not remember the trip on foot from Mandello del Lario to Sanremo, expressly made without a penny in his pocket!
It can be said that in the motorcycle world there has never been someone like him and probably it will not be anyone like.




 
COAST TO COAST
In occasione del 50° anniversario dal Mitico RAID VESPISTICO che Roberto Patrignani effettuò nel 1964, da Milano a Tokyo in solitaria, il figlio Franco, sempre con l'appoggio e la sponsorizzazione del Gruppo PIAGGIO, così come allora, effettuerà il Coast to Coast da New York-Los a Angeles in solitaria su Vespa 300 gts, allestita a New York dalla Piaggio. Partenza il 29 luglio 2014....Ecco la stupenda vignetta dell'amico MATITACCIA (Giorgio Serra). per le FOTO visitate FACEBOOK -Franco Patrignani-
 
RIEVOCAZIONE CIRCUITO DI OSPEDALETTI
2014- 4° RIEVOCAZIONE E PREMIO GIORNALISTICO ROBERTO PATRIGNANI
 
CIRCUITO OSPEDALETTI
LOCANDINA
 
1964-2014 MILANO-TOKYO IN VESPA
Cinquant'anni dal grande RAID in solitaria con Vespa Piaggio 150 cc.; alla ricerca del Kataj motociclistico, sulle orme di Marco Polo.
 
PANE E CHILOMETRI
Pane e chilometri, il Libro con tutti i racconti delle avventure di Roberto, ulmima edizione stampata ad agosto 2008 con l'integrazione di alcuni ricordi spensierati di alcuni dei suoi amici con cui ha condiviso avventure motociclistiche.
Per richiedere il libro (15€ comprese spese spedizione) invia il tuo indirizzo o scrivi una mail a: fpatrig@alice.it oppure Fam. Patrignani Via Meriggio 7 23826 Mandello Lario 0341-732379.

Chi visitasse il sito, lasci una FRASE, un PENSIERO, un RICORDO, nella cartella qui in alto a sinistra "guest".
Grazie.
Il sito è sempre in evoluzione. Torna a visitarmi!
 
Riedizione di Bray Hill
Ancora una riedizione per il mitico volume "Ti porterò a Bray Hill"
Il volume è in vendita presso la Giorgio Nada Editore e la Libreria dell’Automobile citando questi siti:

www.giorgionadaeditore.it
www.libreriadellautomobile.it
 
III PREMIO GIORNALISTICO -Roberto Patrignani-
Ospedaletti. A Paolo Beltramo (Mediaset) il “Premio Patrignani”

Ospedaletti. La famiglia Patrignani e la Commissione Premio Giornalistico e Fotografico Roberto Patrignani, con il patrocinio del Comune di Ospedaletti e in collaborazione con le testate giornalistiche Motosprint, Motociclismo d’Epoca, Moto Storiche e La Manovella, bandiscono, nell’ambito del XXV Trofeo Internazionale Motociclistico Sanremo – Autodromo di Ospedaletti che si terrà venerdì 31 agosto, sabato 1 e domenica 2 settembre 2012, il Concorso Giornalistico & Fotografico Roberto Patrignani, giornalista, scrittore, pilota, viaggiatore e raidman.
Il Premio 2012 verrà assegnato al giornalista Paolo Beltramo in occasione di una serata speciale in programma venerdì 31 agosto, alle ore 21, presso l’Auditorium Comunale di Ospedaletti (ingresso libero). Interverranno i direttori di tutte le testate giornalistiche citate e altri numerosi personaggi di ieri e di oggi. Consegnerà il Premio la signora Connie Patrignani, moglie dello scomparso Roberto.
Paolo Beltramo, giornalista, voce e volto ufficiale del MotoGP di Mediaset (Italia 1). Sovente inviato ai box con indosso un ormai famosissimo zaino. Uno dei giornalisti televisivi più esperti nel settore del motorismo a due ruote, tra aneddoti autobiografici, raccontati con la sua famosa e simpatica verve romagnola. E’ anche un appassionato di musica.
Coautore, insieme allo scomparso Marco Simoncelli, del libro “Diobò che bello!” (Mondadori, settembre 2009, 138 pgg). Ha curato anche il libro fotografico “Il ricordo di Sic” di Rossella e Paolo Simoncelli, genitori di Marco.
Celebre una frase di Paolo Beltramo che non sopporta quelli che sanno esprimersi compiutamente in un’altra lingua: “Quando parlo in inglese voglio che si capisca la mia vera nazionalità”, ha dichiarato orgoglioso.
(C.S.)
 
Afghanistan
Come da lui voluto, sulla Sua tomba è stata posta questa foto, la sua preferita per questo motivo: Se questo autoscatto in Afghanistan lasciasse trasparire anche l'anima, bé, è nello stato in cui mi trovavo quel giorno che vorrei presentarmi a San Pietro.
 
Roberto: una vita....in MOTO
.... torno subito....
 
PENSIERI...
« I sogni non si possono surgelare. Vanno consumati freschi, ricchi di linfa, colori, profumi, unicamente al momento della massima fioritura. Dopo, sono come quelle violette seccate tra le pagine di un vecchio libro. Procurano solo mestizia e l'impulso di chiudere il libro con un botto ovattato e un soffio di polvere che sa di muffa. »
(Roberto Patrignani, da Il Guzzino che non ebbi, Motociclismo d'Epoca, gennaio 1996, pag. 47)
 
PREMIO GIORNALISTICO-CIRCUITO DI OSPEDALETTI-
12 settembre 2010: 2° Premio giornalistico "Roberto PATRIGNANI" consegnato dalla famiglia al simpaticissimo, Guido Meda, conosciutissimo giornalista televisivo del motomondiale, che sa trasmetterci con verve e passione le emozioni del motomondiale.
 
La "FEDE"
E' un'intesa difficile quella tra il mammifero e un meccanismo progettat per esprimere una intelligenza destinata ad un altro regno. E' mille volte più facile intendersi con un cane, con un delfino, ammaestrare un falco. Per la moto occorre solo "fede", sensibilità e molta indulgenza perchè quella si ostina a ... non rispondere proprio.
 
MATITACCIA
Rievocazioni storiche....
 
Rumi 125
A tutto GAS.........!!
 
LE FIGURINE MOTOCICLISTICHE
Le prime gare
 
MEDITAZIONE PER LA MOTO
Ho trovato questa foto: mi ha colpito, la trovo artistica, affascinante; questo cupolino in primo piano, lo sfondo bianco immenso e tutti a guardare la MOTO come se fosse veramente un'opera d'ARTE.
 
N° VISITE:
Migliaia di visite da gennaio 2009! Grazie dell'affetto dimostrato..
Visita il capitolo FOTO. Oltre 100 divise per argomento. Lasciate un Vostro commento, ricordo, pensiero nella categoria GUEST
 
RAMAZZOTTI
....Così, partivamo il venerdì pomeriggio per la Temporada Romagnola (o per qualche altra gara), con la sua macchina, il carrello a rimorchio con la moto, il baule zeppo del materiale pubblicitario che, per arrotondare gli introiti, dovevamo piazzare lungo il circuito o ficcare nelle mani del vincitore sul podio: ricordo una scivolata di Read a Riccione sotto la pioggia, finita contro uno dei nostri striscioni che proclamava "un Ramazzotti fa sempre bene"... (Mario Colombo)
 
Articolo di Marzia Patrignani pubblicato su Motosprint 20 ottobre 2009
SULLE ORME DI ROBERTO PATRIGNANI
Qualche mese fa ho comprato una moto, la mia prima vera moto.
Il motivo è chiaro: vorrei ripercorrere le orme di mio papà, vorrei farlo contento, vorrei che lui, attraverso di me, continuasse la sua corsa.
E allora, giunta alla fine dei miei primi quarant’anni, sono andata alla ricerca di una moto che più si avvicinasse alla mia … inesperienza motociclistica. Ebbene sì, nonostante a tre mesi fossi già in sella a una moto e, con l’andar del tempo, abbia “cavalcato” fior di moto, la mia guida effettiva si è limitata ad un motorino con cambio automatico per circa un ventennio. Non avevo ancora compiuto 14 anni che già mio papà mi aveva fornito di questo utile e adeguato mezzo su due ruote, appositamente rimaneggiato per affrontare le impervie e ripide strade che portano a casa.
Ma poi mi sono fermata lì. Ho provato varie volte a chiedere a mio papà consigli su quale moto fosse più adatta a me, ma lui mi liquidava sempre gentilmente con frasi del tipo: “La moto è pericolosa” (non credevo alle mie orecchie!), oppure: “No… tu sei un po’ svagata” (già questa la condividevo di più).
Effettivamente qualche germe di pazzia l`ho ereditato: ricordo che a volte mi piaceva guidare il fidato motorino per le vie più isolate del paese a occhi chiusi, dicendomi: “Non aprirli, non aprirli, tienili ancora chiusi, ancora un po’ ”. Intanto il motorino andava.
Anni dopo ho raccontato questa prodezza a mio papà, che stranamente non ha commentato. Che forse in fondo mi capisse?
Sta di fatto che il desiderio della moto si è fatto sempre più forte negli ultimi tempi e la mia scelta è caduta su una Suzuki GS 500 di seconda mano. Una moto, direi, tranquilla, riservata, accondiscendente e con una sua personalità.
Memore dell`esperienza paterna con l’amata Honda 750 VFR del T.T., non potevo certo utilizzarla solo per brevi tragitti nel circondario o per recarmi in ufficio… Dovevo appagarla con un’esperienza più interessante.
Allora, nel mese di agosto, con l’approvazione di mio fratello, ho fatto un viaggetto con la mia nuova vera moto, soli io e lei. Da Mandello a Ospedaletti con tassativa esclusione dell’autostrada. Mi sono fatta guidare da mio papà e così ho fatto strade alternative e passi di montagna che mi hanno permesso di assaporare appieno il piacere del viaggio in sè.
Sta di fatto che ho guidato per 10 ore, escluse brevi pause come quella par mangiarmi un panino sul Bric Berton in solitudine, all`ombra di un boschetto di castagni.
Lo so è solo un inizio. Vorrei macinare chilometri e chilometri, vivere la strada, superare facilmente le varie tappe che man mano si presentano.
Ho in mente vari progetti: uno potrebbe essere il percorso della Via Francigena, di cui ultimamente parlava mio papà. Lo faccio io: respirando gli odori della strada, osservandone i colori, ascoltando i rumori, cogliendone le sfumature, proverò certamente le sue sensazioni.
 
ARTICOLI INEDITI TROVATI NEI CASSATTI
AI MIEI STIVALI

Non so proprio come facessero i legionari romani a combattere con i calzari che lasciavano scoperte le dita dei piedi, o peggio ancora le orde dei barbari e dei selvaggi che si battevano addirittura scalzi.
Evidentemente il coraggio, la combattività, il sacro furore guerriero non risultano condizionati dal tipo di calzatura prescelto e questo mi dispiace sinceramente perchè fa crollare una mia teoria, secondo cui un uomo provvisto di un solido paio di stivali si è già assicurato per tre quarti l'invulnerabilità in ogni tipo di situazione rischiosa.
Il massimo della efficienza lo vedo nelle scarpe di ferro dei cavalieri medioevali, così pesantemente bardati che dovevano venire issati a cavallo con degli argani; ma al giorno d'oggi accontentiamo: ci pure di buoni stivali di cuoio alti sino al ginocchio.
Questo culto per gli stivali deve essere di origine psicologica; ingrediente di una formuletta facile, inventata da adolescente, quando si aspira a una immagine di sè che ci mostri più belli, più coraggiosi, più virtuosi di quanto cominciamo a riconoscerci.
In queste proiezioni del proprio identikit morale, sfrondato dai principali difetti, l'edizione più pulita mi mostra nei panni dimessi e impolverati di un viandante stanco, spiritualmente un po' disarmato, fermo accanto a una moto in un luogo deserto accecante di sole. Ebbene, in questa apparizione sbiadita, l'unico particolare che dà un po' di vigore all'immagine e lascia sperare che il poveraccio ce la faccia a tener duro anzichè afflosciarsi a terra sta nella solida realtà dei suoi stivali che, ben piantati al suolo, riescono a reggere una davvero fragile impalcatura.
Non che questa costruzione della fantasia debba portare a indulgere verso sè stessi. Più che condiscendenza è un moto di solidarietà; la stessa che si prova dando qualche manata di intesa sul testone di un cane randagio dall'aria smarrita, insultandolo con benevolenza, ma finendo poi col lasciarlo ancora solo come si trovava.
Senza stivali non mi sarei messo in viaggio. Come avrei potuto non sentirmi ridicolo se, mentre affondavo sino alla caviglia nel guano del lago Nakuru, o spingevo la moto sulle montagne d'Etiopia, o strascicavo i piedi - stanco morto - quando scendevo di sella in Iran e Afghanistan, avessi calzato scarpette di tela anzichè stivali di cuoio?
Bianco di polvere come un pesce infarinato, sarei risultato semplicemente buffo se mi fossi esposto a certe situazioni - impormi al tipo che voleva fregarmi sul prezzo di qualcosa, superare una crisi di sconforto, predispormi a trascorrere una notte in solitudine, togliermi di torno dei ladruncoli curiosi - lasciando intravedere (magari solo alla mia immaginazione) delle borghesi caviglie inguainate in calzette di cotone a coste, in luogo del bruno dai toni vissuti dei miei stivali.
Ah, stivali miei, stampelle di un morale vacillante, senza di voi non avrei neppure svoltato l'angolo di casa. Sono perfettamente solidale con quei vecchi cow-boys che condensavano tutto il loro testamento nell'unica richiesta di venire sepolti con gli stivali ai piedi.
Gli stivali bisogna saperli portare e questa norma non concede a nessuno che non sia un cavallerizzo, di tenerli in vista al di sopra dei, pantaloni. Gli stivali da viaggio vanno portati sotto i pantaloni; non devono essere il mezzo per una ridicola esibizione, ma una specie di occulta riserva di forza e personalità che appare e non appare, come i tratti di un carattere enigmatico.
Quanto gli stivali siano complemento essenziale della motocicletta lo hanno dimostrato anche i pionieri agli inizi del secolo. Basta osservare qualche vecchia foto di corse motociclistiche: il pilota è in maglione di lana, pantaloni alla zuava, berretto di panno girato all'indietro, talvolta un precario caschetto di cuoio, ma calza potenti gambali militari, come se fosse quella la parte del corpo che più gli premeva salvare.
E guardiamo i motocrossisti d'oggi. Li troviamo anch'essi adeguatamente bardati, ma è specialmente nei loro impressionanti stivali corazzati con placche metalliche che viene concentrato il massimo della protezione, dimostrando una rivelatrice preferenza nei riguardi degli arti inferiori rispetto tutto il "resto".
Il più bel modo di portare gli stivali non è tuttavia quello brutale dello sportivo, ma l'altro, più meditato e discreto, del viaggiatore sulle lunghe distanze. Potrà infatti passare molto tempo ma verrà il giorno in cui si verificherà la rivelazione e, come si sa, le rivelazioni si manifestano quando uno ha la pancia vuota, è solo e povero di averi e di energie. Allora, quando stanco e stordito da una intera giornata di marcia, smonterà di sella e muoverà qualche passo con le ginocchia che tendono a piegarsi, i suoi stivali comunicheranno con lui e gli infonderanno un po' di forza. Non
tanta, magari, ma quanto basta a tirare domani, quando, alla luce di un nuovo giorno, tutto apparirà a tinte meno fosche.
Okay, okay,.. andrò dallo psicanalista.
 
QUI LESMO
Eccomi qui, sulla tribunetta di Lesmo, con il gomito del vicino che preme contro la milza, il sacchetto coi panini e una minerale calda gelosamente serrata tra i piedi, un giornale coi tempi delle prove sotto il sedere, a mangiarci le unghie in attesa che partano le 350. Fanno bella vista di sé alcuni altoparlanti (anzi farebbero bella vista se non fossero sverniciati e rugginosi) che cento, mille sguardi fissano a turno speranzosi, quasi a implorare che ne esca un qualche suono. Invece nulla: di quel che accade sulla linea di partenza viene mantenuto il più rigoroso riserbo. Pazienza, senonaltro fra un po’ entrerà in funzione almeno il contagiri sulla torretta proprio davanti alle tribune. C’è però da dubitarne: le finestre destinate all’affissione dei cartelli appaiono lugubremente vuote come orbite spente. Dietro, il buio della torre sprangata, forse piena di ragnatele e magari di topi. Ma no, un momento. Lassù c’è qualcuno! Infatti, solo soletto, un po’ sperduto, con il microfono in mano, uno speacker tenta goffamente di giustificarsi a gesti con il pubblico inferocito che come lo ha scorto, ha immediatamente e unanimemente sancito che è senz’altro lui il solo, l’unico colpevole di tutti i mali di questa terra e gli urla valanghe di improperi. Intanto schiere di petulanti venditori di gelati, bibite, programmi e riviste, biglietti della lotteria, ti strillano nelle orecchie, ti camminano sui piedi, fanno la cresta sul prezzo, ti mettono prepotentemente in mano il resto da passare allo sconosciuto tre file più sopra, che si è preso il cornetto.
Questo l’ambiente della tribuna di Lesmo, dove un posto costa fior di biglietti da mille, dove bisogna torcersi il collo per vedere tra le teste dei vicini e il fogliame degli alberi; dove i portoghesi riescono a infiltrarsi e quando non ti contendono il pezzo di panca polverosa, camminano sulle lamiere del tetto rischiando di sfondarlo: dove dalle ultime file i cartocci uniti, con i residui dell’uovo sodo o dei sottaceti, vengono appallottolati e scagliati addosso a quelli che inevitabilmente si alzano in piedi al primo passaggio dei concorrenti. I più valorosi però, quelli che si arrampicano sui tralicci che reggono le gradinate, poi con un rametto, passando tra le fessure delle assi del pavimento, vanno a stuzzicare da sotto le sottane delle ragazze che si trovano in piedi. E’ da queste ingegnose trovate che nascono i grandi pensatori del domani…

La corsa è finita e la gente sbaracca in massa tra un pigia e pigia e un polverone che fa pensare a quelle sterminate mandrie guidate attraverso le pianure del Texas; si odo persino, ora qua ora la, il suono dei claxon di auto e di moto che simulano perfettamente il muggito del bestiame. Tra la folla, oltre alla schiera dei patiti vi sono molti curiosi attirati dal chiasso fatto intorno alla partecipazione delle moto giapponesi. Quattro giovani sulle rispettive moto, con tanto di casco e tenuta completa, con tutta l’aria di essere dei motociclisti incalliti, sono fermi in colonna attendendo che defluisca il grosso dalle strade del parco. Li avvicina un tale: “Chi ha vinto la corsa delle 250?, chiede. I quattro si guardano in faccia come interrogandosi l’un l’altro: segue un penoso silenzio. Finalmente uno di loro, evidentemente il più competente, con aria seccata fa “Mah, uno di quei cinesi là….”
 
Sarò
In questi ultimi tempi mi ha preso una impazienza nel leggere, esattamente all'opposto della serenità e beatitudine con cui in gioventù mi dedicavo ai libri più ostici e a ruminatissima conclusione.
Adesso prendo un libro dal titolo incoraggiante, scorro sul retro il riassunto dell'argomento, lo apro per vedere se è stampato in caratteri bei grossi, se la carta è abbastanza ruvida e piacevole al tatto, se i margini sono ampi, se il peso e il formato del volume sono "da letto". Poi leggo alcune righe del testo qua e là e... capisco subito se può piacermi. Non leggo romanzi, libri gialli e di fantascienza, libri scritti da donne. Deve trattarsi di esperienze vissute, viaggi, avventure, esplorazioni, navigazione, umorismo.
Il ritmo deve essere spedito, i capitoli brevi, niente fronzoli su descrizione di luoghi, opere d'arte, storia. Voglio leggere come mangiare: comodo, poco di numerose portate, masticazione affrettata; curiosità per cosa ci sarà dopo. Come mi piace ritornare in Trattorie dove sono già stato, così mi rifugio spesso in libri già letti e collaudati. Che senso di sicurezza.
Benissimo. Detto questo mi lascio bersagliare dagli insulti dei Sapienti e, quando proprio non trovo niente in giro che mi piaccia, me lo scrivo da solo. E' come farsi due uova al tegamino o una bruschetta olio e aglio quando si è soli, pigri, ma ugualmente speranzosi in qualcosa di meglio la prossima volta.
Senza offesa, sto benissimo anche da solo, se tuttavia qualcuno si è portato il suo pane e frittata, e si accontenta di accomodarsi in cucina, oppure seduto su un muretto o un prato, accetto la discreta compagnia. Saremo sicuramente in pochi, ma un sorso di vino, alla fine non mancherà a nessuno.
 
QUANDO LA BENZINA VALE ORO
Credo di non avere mai fatto un viaggio lungo senza portare con me una o due tanichette con almeno due litri di benzina ciascuna, che magari non serviranno mai, ma contribuiscono in grande misura a viaggiare coi nervi distesi. Tuttavia una volta mi è capitato di rimanere a secco in modo... romanzesco. Lasciate che lo racconti, anche per la levatura del personaggio che involontariamente mi causò il guaio: nientemeno che Jarno Saarinen, l'indimenticabile campione finlandese.
Ero andato a Salisburgo per assistere al Gran Premio del 1972 servendomi di una 850 GT, novità Moto Guzzi di quell'anno, avuta in uso dalla Casa per ricavarne «impressioni di guida» realistiche, come sono quelle che emergono da un viaggio su una discreta percorrenza.
A pochi giri dalla conclusione della classe 500, ormai vinta da Agostini, decisi di avviarmi per trovare meno ressa. Mentre uscivo dal paddock incontrai Saarinen con la bella Soili ( nella foto ) e mi fermai per un momento a salutare. Non l'avessi mai fatto... Saarinen rimirò infatti per un po' la moto, poi mi chiese se poteva fare un giretto insieme alla moglie.
Pensai dentro di me che saltava pari pari il mio programma di guadagnare quei pochi minuti prima del caos per uscire, ma come potevo dirgli di no? Gli affidai la moto e, certo che si sarebbe accontentato di una giratina nel paddock, non mi tolsi neanche il casco e i guanti. Fu pertanto con un certo disappunto che lo vidi invece dirigersi deciso verso il cancello d'uscita... Trascorse due ore ero veramente agitato, arrabbiatissimo, preoccupato.
Non avendo tenuto conto della benzina consumata da Saarinen, fui colto di sorpresa quando dovetti mettere la riserva in autostrada Lo riconoscete quel vuoto di un serbatoio che sta facendo fuori le ultime gocce senza pietà? Quella vibrazione grottesca e rimbombo vigliacco!....
Ancor più sorpreso fui soltanto sette chilometri dopo, quando la moto si spense definitivamente, prima che avessi potuto raggiungere un distributore. Spinsi per alcuni interminabili chilometri il non leggero ordigno, inclusa la salita di un cavalcavia, per raggiungere un paesello ed un albergo dove, ormai scoppiato, rimasi a pernottare anziché rientrare a casa come programmato.
Lo riconoscete quel vuoto di un serbatoio che sta facendo fuori le ultime gocce senza pietà? Quella vibrazione grottesca e rimbombo vigliacco!....
 
UNA CARTOLINA DA OSPEDALETTI
Se avessi avuto negli anni Sessanta la casa di villeggiatura a Ospedaletti, così dov’è situata attualmente, avrei potuto seguire lo svolgimento delle corse correndo da una finestra all'altra lato monte e lato mare. Capirete, la televisione non trasmetteva che raramente corse motociclistiche e la telecronaca me la sarei fatta da solo inquadrando con la "camera uno”(il soggiorno) il tratto del raccordo con I’Aurelia in direzione del traguardo, mentre con la "camera due"(il terrazzo della cucina) avrei potuto indovinare dal suono dei motori (più che vedere proprio chiaro e netto come stavano andando le cose nella discesa medio-veloce che, conduce alla curva Clemencigh al Cimitero. Accostamento che purtroppo fa ricordare che Oscar Clemencigh, veneto di nascita, monzese di adozione, fu l'unico pilota a perdere la vita nel circuito ligure, in una banale caduta da" prima", il 23 Aprile 1950. .
Devo infatti dire con orgoglio che sono un veterano del Circuito di Ospedaletti: prima come giovanissimo spettatore undicenne della prima edizione del 1947 , accompagnato da mia... nonna Angiolina. L'unica della famiglia che parve entusiasta quanto me di prendere il filobus da Sanremo (dove ci trovavamo in vacanza) a Ospedaletti, intrufolarci tra la folla alla curva del Piccadilly e godere una memorabile giornata tra il risucchio dei motori nella staccata che precedeva la curvetta da prima e la mitragliante ripresa dei monocilindrici su per la salita che conduce alla parte alta del circuito. Emozioni, suoni, odori che il trascorrere del tempo il potere di affievolire minimamente. Sul circuito di Ospedaletti ci tornai ripetutamente nel 1950, 51 e 52. Dividendo a metà le spese, io e l'amico Antonio Bressan, noleggiavamo a Sanremo delle Rumi Turismo e ci... lanciavamo alla folle velocità di 70 kmh lungo l'Aurelia e poi a completare tutto il giro per imparare bene il circuito: chissà mai che un giorno...
Infatti il giorno venne e nel 1961 presi davvero parte alla corsa delle125 con una Ducati Monoalbero nella gara di Campionato Seniores del 24 Settembre. Le cose andarono bene perché arrivai terzo, dopo Gilberto Milani con la Paton e Mencagli con la Ducati bialbero, ma precedendo dei" bei nomi". In più nacque spontaneamente in quella occasione il sodalizio" con l'amico e collega Mario Colombo (non il "nostro" Ing Sandro Colombo di Legend Bike, che a quei tempi aveva impegni di ben altra levatura), il quale si mise a farmi delle segnalazioni su una lavagnetta in prestito, evitando che mi venisse insidiato il podio da Alfredo Balboni con la Mondial.
Da allora, fino al '66, partecipai a otto edizioni del Circuito di Ospedaletti nelle classi 125 (Ducati), 250 (Morini), 350 e 500 (Aermacchi) con risultati che dopo il 3° iniziale, comprendono tre 5° posti, due 7° e...due cadute. Tengo a precisare che all'insaputa dei più, posso anche dichiararmi "vincitore" della classe 350 nel 1967. Il fatto è che quell' anno 350 e 500 correvano insieme nel campionato Italiano, con punteggio separato, arrivando quinto nella 500, ma primo delle 350 con l'Aermacchi, mi spettò punteggio pieno e tanto di Coppa. Ma non è la stessa cosa...
Mi sono lanciato in questa" rievocazione" un po' troppo personale perché Ospedaletti ha rappresentato qualcosa di importante nella mia vita, al di là delle corse. Per anni è stata sede prediletta di vacanze (più invernali che estive) e, in alcuni casi, di convalescenza per riacquistare la salute nel clima più indicato; ho poi fatto numerose, belle e durature amicizie, benché non poche di queste siano state interrotte bruscamente, (ma non dimenticate) da premature scomparse; altri hanno cambiato invece vita e residenza; pochi li rivedo ancora. Avevo poi instaurato un bel rapporto con Enrico Lorenzetti,"idolo" della mia gioventù, che insieme alla famiglia trascorreva parte dell'inverno a Ospedaletti, ma è morto nell'89. Mi è stato di consolazione fare recentemente amicizia con Giuseppe Colnago, "ufficiale" di Gilera e Moto Guzzi, che, insieme alla brillante moglie Nini, vive stabilmente a Ospedaletti, dove ci frequentiamo assiduamente, specie nel periodo natalizio. A Ospedaletti hanno casa anche il pilota della Rumi Bruno Romano e il collezionista bustese Romano Colombo, Poco distante posso incontrarmi con Amilcare Ballestrieri, Paolo Isnardi, Guido Mandracci, Vincenzo Novella e, spingendomi un po' più in là ancora, con Ezio Mascheroni, per non parlare di amici d'infanzia, non motociclisti praticanti, che ancora vedo, Ah, stavo quasi per dimenticarmene", a Ospedaletti ho anche conosciuto la mia futura moglie".
Detto tutto ciò spero mi si perdoni qualche sdolcinatura sparsa qua e là in questo ricordo di Ospedaletti che esula un po' dalla formula della nostre rubriche" Parco Conduttori", per questioni affettive. Rientrando però prontamente nei ranghi, eccomi a domandarmi come potessero trovare posto i concorrenti di quattro classi (Case ufficiali incluse) nell'esiguo spazio della piazza che si trova a lato dell' Aurelia, nel bel mezzo della cittadina, e che pure fungeva da zona traguardo, box, tribunetta d'onore e stampa, premiazioni, commento agli altoparlanti e quant' altro faceva capo all'organizzazione messa insieme con grande coraggio dal Comandante Michele Allavena (lui pure non c'è più), che rappresentava uno dei più grandi pericoli tra i non pochi naturali della gara ligure: attraversava difatti spesso la strada proprio in zona d’arrivo ( un curvone vero e proprio per le moto più veloci), facendo più volte sfiorare la tragedia con un candore che aveva del fanciullesco.
Benchè si dica della spilorceria dei liguri, Allavena era tra i pochissimi che a quei tempi, dava ai corridori privati un bel…dieci o ventimila in più di quanto previsto dalla “diaria” della PSI. Si faceva la fila in un corridoio nel
Seminterrato dell'Hotel Firenze, e lì Allavena personalmente, maneggiando i soldi dell’incasso della giornata, li distribuiva, come novello Robin Hood, alla… marmaglia che aveva combattuto ai suoi ordini, Naturalmente Agostini e i più blasonati ricevevano la loro mercede in privato senza dover mostrare la Licenza di Conduttore come tutti noi altri.
Ritornando all'inverosimile i "paddock "- dove miracolosamente tutti riuscivano a convivere per un paio di giorni, è fuor di dubbio che un solo Camion Corse di quelli che si usano allora disponibile. Spazio che aveva per giunta una caratteristica unica e... preoccupante: era piastrellato, per cui avviare le moto a spinta era come tentare un minuetto con un mulo recalcitrante su una superficie ghiacciata. Bisognava mettere in compressione, "chiamare" del giusto la benzina nella vaschetta, regolare, minuziosamente l'anticipo per evitare il contraccolpo, quindi urlare "strada, strada!!" per aprirsi un varco davanti alle ruote con l'aiuto di non meno di tre volontari, spingere a più non posso, sperando che il motore prendesse al primo colpo.
Nonostante piccoli e medi inconvenienti, tutti si andava volentieri a correre a Ospedaletti perché era come partire per una bella vacanza.
Molti solitari in quella occasione comparivano con la moglie e la fidanzata, gli alberghi erano numerosi e accoglienti, il cibo tipico ed eccellente, l'entusiasmo tanto, portato anche dai vicini francesi. Benché dislocati principalmente all'Hotel Firenze, all' Alexandra, al Metropol, al Floreal e nelle varie pensioni, l'atmosfera era quella di una festa comune a tutti, specie nell'ora di cena, allorché ti ritrovavi ad commentare la giornata di prove con vicini di tavolo d'ogni "rango".
Non mi impegno, in questa occasione, a fare la storia del Circuito di Ospedaletti. Mi limito a riproporre l'unicità, la felice collocazione naturale, il clima e la cordialità, con una speranza: che venga almeno organizzata una Rievocazione Storica degna del luogo e della tradizione, con le debite varianti "logistiche", specie per quanto riguarda l'ubicazione del Parco Conduttori e relativi mezzi.
Sento che il periodo potrebbe essere quanto prima propizio perché abbiamo un sindaco, Flavio Parrini che, oltre a svolgere al meglio il proprio operato, è sportivo praticante ed eclettico. C'è poi Alfredo Calvini, da sempre animatore appassionato di ogni attività motoristica e... folcloristica. E perché non" recuperare"dalla vicina Costa Azzurra Paolo Marchioni, trascinatore numero uno ai tempi delle gare anni Sessanta.
Tutti quanti primattori e comparse dei tempi andati tornerebbero con entusiasmo a Ospedaletti e insieme a loro potrebbe figurare qualche grande protagonista del motociclismo d'oggi, scegliendo opportuna data fuori stagione.
Noi l'idea l’abbiamo lanciata e siamo pronti a fare la nostra parte.

Roberto Patrignani

Tratto da LegendByke 1999
 
22 gennaio 2008
6 anni dalla scomparsa di ROBERTO
 
SALUTI...
È giunto il momento di salutare anche chi mi ha accompagnato fin qui. Mi piacerebbe accomiatarmi alla grande, riuscendo a sprigionare da questa pagina l'urlo di un motore che si tuffa giù per Bray Hill, ma ho qualche difficoltà di carattere tecnico e temo che voi non ci mettereste la fede indispensabile. Provate però ad afferrare il libro con la mano sinistra e portatelo all'orecchio lasciando libera soltanto quest'ultima pagina che state leggendo.
Sfregate adesso tra l'indice e il pollice della mano destra il lembo inferiore della pagina. Sentite..? E lo scrosciare della pioggia sul plexiglas della carenatura mentre percorrete Union Mills.
E scusate tanto se anche questa volta ho saputo offrirvi soltanto, il surrogato di quel che avrei voluto.
 
MARCO SIMONCELLI
Non so come Roberto avrebbe ricordato Simoncelli. Sicuramente so che gli avrebbe dedicato il suo "Resti tra noi" accostandolo ai grandi del motociclismo precocemente scomparsi. Perciò anche se il sito è dedicato a Roberto, voglio ricordare Marco, simpaticissimo ed esuberante campione. Per il motociclismo mondiale, ancora attonito e incredulo per l'accaduto, sarà un incolmabile perdita.
 
ROBERTO PATRIGNANI
CORRIDORE-RECORDMAN-RAIDMAN-GIORNALISTA-SCRITTORE-COLLEZZIONISTA
 
CURRICULUM...
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